Elena Salvaneschi: l’intervista

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Elena Salvaneschi colei che amo chiamare la mamma del Mifur una delle donne più influenti nel settore della pellicceria al mondo

Che ruolo hai nel settore della pellicceria? 

Nel settore pellicceria ho due ruoli diversi ma complementari: per AIP (Associazione Italiana della Pellicceria)  sono la Responsabile Comunicazione; per l’ente fieristico Mifur il Segretario Generale. Mi occupo perciò della gestione della comunicazione del settore e del coordinamento delle consulenze collegate a questo (ufficio stampa, PR, digital): come sai avendo a che fare con questo prodotto “le parole per dirlo” sono davvero importantissime. Quando – nel lontano 1996 – AIP decise di dare al settore che rappresentava uno strumento di comunicazione e di approccio ai mercati io avevo già l’incarico di responsabile comunicazione… e dalla comunicazione al marketing il passo è stato breve. Ed è nato Mifur Salone Internazionale della pellicceria, che si è recentemente sviluppato in TheOneMilano. Ne sono sempre stata il Segretario Generale.

 Ti hanno mai soprannominata Mamma Mifur?

Non che io sappia! Però per molti versi sarebbe vero. Ho contribuito alla nascita di Mifur. Con me in quel momento come socia c’era Nicoletta Caldirola, che si occupava della Nafa asta di pelli americana. Abbiamo lavorato tantissimo, ma non sarebbe stato possibile fare quello che si è fatto senza alcune persone fondamentali per il settore, come Norberto Albertalli, Alfonso Paoletti, Lele Carminati, Augusto Valsecchi… persone e operatori che sono state in prima linea nel momento dei primi passi del salone della pellicecria, che hanno rischiato per proporre un modello fieristico italiano legato all’associazione di categoria e quindi legato al servizio e non al business. Mi hanno sempre dato fiducia e di questo li ringrazio: abbiamo costruito una storia importante e bella da raccontare.

Come sei entrata nel settore della pellicceria?

Per caso e me ne sono innamorata. Ho discusso la tesi di laurea il 21 marzo e l’ho consegnata alla fine di gennaio. Non avevo più nulla da fare e non ero abituata a stare con le mani in mano. Ho risposto a un annuncio sul Corriere della Sera: era di un’agenzia che cercava un extra staff per il periodo della moda milanese di febbraio. Ho risposto all’annuncio e sono stata presa. L’agenzia era la EPR di Elena Capra, purtroppo mancata giovane per un brutto tumore. Alla fine del momento sfilate Elena mi ha proposto di rimanere e ho accettato. Lei era la voce italiana di Swakara e aveva intenzione di far nascere un giornale informativo, Ultimissime Pellicceria, diventato il mio specifico incarico. Ho iniziato così.  Mi piace pensare che ci sia un disegno in tutte le cose: la EPR era anche l’agenzia della prima fiera moda di Milano, nata proprio durante il mio periodo di extra staff: era Milanovendemoda. Alla prima edizione (a Milano2) io c’ero. Milanovendemoda si è evoluta negli anni, diventando Modit e poi Mipap. Nel 2017 Mifur ha fatto un accordo con Fiera Milano per far nascere TheOneMilano, l’unione di Mifur e di Mipap. Storie che si intrecciano, si evolvono e continuano. La mia prima datrice di lavoro si chiamava Elena, come ti ho detto. Nel nostro ufficio siamo in 6. In 3 ci chiamiamo Elena. Nel nostro ufficio stampa esterno  c’è un’altra Elena: non lo trovi magico e affascinante?

si lo è ?

Puoi definire questo settore una grande famiglia?

Assolutamente sì. Il mondo della pellicceria è un settore piccolo in cui tutti si conoscono e si incontrano. ?

 A un giovane che vuole entrare nel mondo della pellicceria che consiglio daresti?

Di seguire la sua passione, ma di prepararsi al fatto che sarà dura. Non è un settore facile, non basta essere bravi. Bisogna esserlo di più che in altri settori, perché si lavora in un settore difficile in cui ogni mossa deve tener conto della gestione dell’opinione pubblica.

Qual’è stata la tua più grande sfida in questo lavoro? 

La sfida quotidiana del rispettare, amare e condividere il modo di pensare degli operatori del settore pellicceria e nello stesso tempo spingerli a guardarsi con gli occhi dell’esterno, per imparare a superare le proprie specifiche visioni.

 Il tuo più grande successo?

Aver contribuito a posizionare la pelliccia come prodotto moda e non a viverla solo come prodotto specializzato.

 Insuccesso?

Essere arrivata troppo presto con alcune proposte. In ufficio c’è un bel “clima”, siamo un gruppo molto unito. Su questo scherziamo e spesso diciamo che a forza di stare davanti la gente vede sempre il tuo lato B. E’ uno scherzo, ma contiene una grande verità: anche essere in anticipo è un errore perché comunque i tempi sono sbagliati.  Il più grande insuccesso è stato Mifur Smallville, l’edizione di settembre del salone. Era il 2008. Il settore non era pronto ai cambiamenti della moda, alla parcellizzazione delle collezioni in flash, una capsule collection quasi in pronta consegna per Natale. Non lo è ancora adesso e sono passati 10 anni. E’ un peccato, perché le opportunità sarebbero molte. Ma non puoi costringere le aziende a coglierle.

Potresti descrivere il Mifur quindici anni fa? Com’era? E cos’è cambiato?

Mifur di 15 anni fa era nel periodo della massima ascesa. ? Era passata la prima grande crisi di prodotto pellicceria, quella della fine degli anni ’90. Le aziende erano positive e vogliose di investire. Il salone però era molto orientato al settore e c’erano solo le prime avvisaglie del deciso interesse per la moda che hanno avuto inizio proprio in quegli anni. C’è una data precisa per questa riconversione: il 1999, anno in cui è stato realizzato  il primo evento con Vogue Italia e con Franca Sozzani. Si chiamava Further Fantasy. lo abbiamo realizzato alla galleria d’arte Giò Marconi a Milano. In mostra c’erano “opere in pelliccia” firmate Victor Alfaro, Mariso, Gucci, Dolce & Gabbana, Rifat Ozbek, Meret Oppenheim, Prada, Christian Lacroix, Mat Collishaw, Fendi, Givenchy, Victor & Rolf, Tobias Rehberger, Blumarine, Manolo Blahnik, Atelier van Lieshout, Christian Dior, Versace, Vivienne Westwood, Jean Paul Gaultier, Gianfranco Ferré, Michel Haillard. Mi ricordo ancora i volti dei pellicciai invitati all’evento di apertura. La galleria Marconi era (ed è ancora) nella casbah milanese dietro a Porta Venezia. I pellicciai erano abituati ai palazzi d’epoca e al centro storico, non ai cortili con le biciclette e i panni stesi. Era la prima volta che la pellicceria rompeva gli schemi e per essere light diciamo che questo all’inizio non è stato del tutto apprezzato. Ma abbiamo avuto la forze di continuare e in questo il board di Aip e Mifur è stato forte, unito e lungimirante. Gli anni dal 2000 al 2005 sono stati quelli del linguaggio moda, di un lavoro fatto con Franca di strategia e di eventi bellissimi: i risultati si sono visti e si vedono.

 So che eri amica di Franca Sozzani Editor In Chief di Vogue Italia. Conosci il motivo per il quale Condenast ha chiuso Vogue Pelle?

Non è stato chiuso solo Vogue Pelle: sono stati chiusi un po’ tutti i giornali di specializzazione in favore di un messaggio moda più a tutto tondo. Ritengo che la chiusura di Vogue Pelle faccia capo a questa strategia, ma non ne abbiamo mai parlato con Conde Nast. Comunque in quei tempi c’era anche Vogue Pellicce, che credo sia uscita solo pochissime volte, forse solo per un anno

Hai ancora qualche numero di Vogue Pellicce?

Purtroppo no: anche nella nostra biblioteca del Centro Studi AIP questa testata manca.?

 Come vedi il futuro della pellicceria?

Lo vedo non facile ma assolutamente concreto. Le pellicce sono l’emblema della lotta fra ragione e sentimento che da sempre caratterizza letteratura, arte, filosofia…

non hanno trovato una risposta a questo difficilissimo equilibrio millenni di storia del pensiero, come fa a trovarlo adesso un’opinione pubblica che si batte in uno sterile confronto fra pro e contro? Il settore pellicceria ha il compito di dimostrarsi moderno e di gestire le istanze che via via sono richieste dal cambiamento della società e dalla sua evoluzione.

Adesso c’è un bisogno estremo di tracciabilità e di trasparenza e il settore pellicceria si sta adeguando e sta rispondendo a queste istanze in modo concreto.

Ma non basta la sostenibilità a rendere un prodotto al passo con i tempi: la sostenibilità è un prerequisito essenziale e la pellicceria lo può dimostrare. Però ci vuole anche capacitò di dare al consumatore quello che chiede in termini di prodotto, di servizio, di distribuzione, di modalità di contatto. Sono queste le sfide più difficili per tutte le piccole imprese del mondo, non solo per la pellicceria.

Non provare a vincerle è sbagliato.

 Pensi che i brand che sono nati come produttori e poi hanno iniziato a sviluppare i loro brand torneranno a fare solo i produttori o continueranno a provare a sviluppare i loro brand?

Spero che continuino a sviluppare il loro brand, ma gestendo la comunicazione mi rendo conto che la brand awareness ha un costo economico e di energie che non è sempre possibile pagare.

Quale pensi sia il futuro delle pelliccerie? Ci sarà un ritorno al passato o una evoluzione?

Il cambiamento della distribuzione è già in atto e non solo nelle pellicceria. I negozi di cappelli per esempio sono pochissimi e molto posizionati: succede lo stesso con la pellicceria. Il prodotto poi segue anche altre strade, che vanno dalla boutique al department stores fino all’e.commerce. In questo momento però nel mondo intero ci sono segnali di rivalutazione dell’importanza della relazione umana. Si svuotano le mall e riaprono i negozi di quartiere: è il momento di cavalcare l’onda e di unire il materiale all’immateriale, il punto d’incontro fisico (ma nuovo) a quello virtuale: non può essere però un ritorno al passato: può essere solo un’evoluzione.

 Sei riuscita ad evolverti insieme a questo settore anticipandone i trend di mercato: cosa ha significato questo per te?

365/10/7: un lavoro fatto in ogni giorno dell’anno, per 10 ore di media al giorno, per tutti i giorni della settimana. lo puoi fare solo per una cosa che ami: non potrei vivere senza lavorare, anche se ogni giorno dico che vorrei trasferirmi nella mia isola del cuore – Ponza – a fare  il guardiano del faro.

 Se ti proponessero di diventare CEO dell’IFF accetteresti la sfida? 

Che domanda difficile! Non me la sono mai posta, davvero non lo so. Comporterebbe la rinuncia alla direzione di TheOneMilano, per corretto equilibrio rispetto alle altre fiere nel mondo. Sarebbe una rinuncia molto grossa.

Descrivici The One Milano 3.0 e come sarà la sua evoluzione. 

La sua evoluzione combacia con il suo posizionamento: siamo una fiera moda. Siamo una fiera concreta e di prodotto. Siamo una fiera in cui si compera e si vende. Siamo una fiera che comunica anche in maniera innovativa e digitale: stiamo per lanciare grandi cose nel campo del digital. Non siamo solo immagine ed espressione di un prodotto solo da vetrina, di aziende fortemente creative che però hanno difficoltà a gestire la loro presenza sul mercato perché troppo start-up. Ogni nostra edizione lavora per far sì che questo messaggio venga compreso.

Perché un brand della moda dovrebbe partecipare e perché uno della pellicceria.

Perché abbigliamento, accessori e pellicceria si completano. Perché l’abbigliamento trova nei compratori di pellicceria un segmento di mercato nuovo. Perché i pellicciai chiedono di vendere anche qualcosa di diverso dalle pellicce, se non altro per allargare la loro stagione di vendita. Perché le aziende di pellicceria hanno capito che la distribuzione non può essere solo specializzata. Perché TheOneMilano – fiera certificata da oltre 10 anni – ha il 63% di compratori internazionali ed è l’unica ad avere questi numeri.

Chi sono i buyers di TheOneMilano?

Sono negozi specializzati in pellicceria ma anche boutique moda, department stores, realtà dell’e-commerce. Sempre e comunque operatori di settore: non siamo né vogliamo essere aperti al pubblico.

Qual’e il tuo sogno nel cassetto riguardo al tuo lavoro? (Tutti lo hanno non mentire)

Quello di farlo con meno stress. La tensione in questo periodo è molto alta, troppo. Sarebbe bello riuscire a lavorare con un’agenda semplicemente meno incalzante.

Visiti mai le fiere dei tuoi “competitors”?

Sì le visito. Trovo che il confronto e l’analisi siano elementi fondamentali nel mio lavoro. 

Cosa vorresti che facesse il governo italiano per il nostro settore? 

Vorrei che ne capisse di più l’importanza, che non è legata solo a dimensioni numeriche. Ma non è facile.

Anti fur: in trend o una realtà?

Una realtà. Ma una realtà che c’è sempre stata e nei confronti della quale si possono avere delle risposte. E darle: sul fondamentale tema del benessere animale, ma senza limitarsi a questo.

Siamo vicine di ufficio – ci conosciamo da anni – ho conquistato la tu fiducia passo dopo passo – abbiamo ancora un pranzo in sospeso 

E facciamolo questo pranzo…. 

Fine dell’intervista =) Una delle mie preferite presenti sul mio blog.

Ci tengo a ringraziare Elena Salvaneschi per tutto quello che ha fatto e sta facendo per il nostro settore. ?

Samantha

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